ViviAssemini è un Comitato Civico apartitico, senza fini di lucro. Nasce per unire i cittadini e renderli protagonisti delle scelte amministrative. Suggerire iniziative ed atti concreti per il miglioramento della vivibilità e la crescita delle opportunità socioeconomiche. Affermare la trasparenza, la legalità e combattere lo spreco.
venerdì 11 luglio 2014
La posizione del vicedirettore de L'Unione Sarda
giovedì 10 luglio 2014
No al potere, Sì alla responsabilità
«Le risposta alle nuove sfide che
coinvolgono e riguardano le città, necessitano di nuovi modelli di governance.
Le città devono affrontare le sfide con un approccio integrato e globale;
combinare processi basati sul territorio e sulle persone; supportare le
strutture formali di governance con altre strutture più flessibili e più
adattabili alle specifiche esigenze; superare le divergenze attraverso sistemi
di governance mirati; collaborare per favorire una coscienza orientata ad uno
sviluppo territoriale coerente ed un uso efficiente delle risorse.
Appare chiaro come i modelli di governance devono essere
adeguati all’evolversi delle diverse situazioni possibili e tenere conto delle
diverse scale territoriali e temporali. Le città devono operare in modo
intersettoriale, evitando le visioni monosettoriali. È necessario un
coordinamento orizzontale e verticale. Le città devono collaborare con altri
livelli amministrativi e rafforzare la cooperazione ed i legami con altre città
al fine di condividere gli investimenti ed i servizi richiesti su una più ampia
scala territoriale. Le nuove modalità di governance non possono prescindere
dalla partecipazione attiva e diretta della comunità e di tutte le parti
interessate (associazioni consumatori, comitati, consulte, forze politiche e
sociali). La classe dirigente non deve esercitare potere, ma programmare ed
agire nell’alveo di una evoluta responsabilità ampiamente condivisa. La crescita
deve essere strutturale.
Ragionare in termini di coinvolgimento sociale, significa
anche attuare concretamente il “bilancio partecipato” comunale. Esso è lo
strumento principale della previsione gestionale dell’apparato amministrativo e
delle sue specifiche ripercussioni sulla comunità. A ciò deve fare seguito un
“bilancio consuntivo” analitico e trasparente.
Bisogna puntare su un uso innovativo del capitale sociale
contro la miopia conservatrice. In un contesto nel quale si rileva un
allentamento dei rapporti tra crescita economica e progresso sociale,
l’innovazione sociale offre la possibilità di ampliare lo spazio pubblico per
l’impegno civico, la creatività, l’innovazione e la coesione. La capacità di
fare previsioni è uno strumento particolarmente importante per la gestione
delle transazioni, per il superamento dei conflitti e delle contraddizioni tra
i vari obiettivi e per sviluppare una migliore comprensione della realtà, delle
capacità e degli obiettivi».
martedì 8 luglio 2014
Vogliamo una città pulita
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| Assemini, via Baccaredda. Affianco ad una scuola |
Immondizia
dappertutto; periferie trasformate in discariche a cielo aperto; deiezioni ed
urine di cani nei marciapiedi sconnessi e negli spazi verdi; giardini pubblici abbandonati
all’incuria ed al vandalismo; blatte e topi che saltano e corrono nelle strade oramai
rese deserte da una crisi subita, mentre chi amministra sta a guardare. Una puzza
insopportabile che fuoriesce dalle griglie di raccolta delle acque piovane. È questa
la triste immagine di una città incompiuta, abbandonata e privata di un futuro:
Assemini.
In queste
settimane abbiamo raccolto centinaia di denunce. Persone indignate, stufe di
ripetere sempre le stesse cose senza che nulla cambi. Negli ultimi mesi si è
registrato un netto peggioramento che si contrappone paradossalmente all’aumento
delle imposte e delle tasse comunali. Manca l’azione di monitoraggio, soppressa
all’atto dell’insediamento della nuova giunta. Mancano azioni strutturali di
prevenzione, gestione, controllo e di educazione ambientale. Viviamo un ritardo
di almeno vent’anni rispetto ad altre realtà urbane anche della stessa
Sardegna. Le pressione fiscale aumenta e la qualità dei servizi decresce. La colpa
sembra essere sempre degli altri, ma chi amministra ha il dovere di intervenire
con politiche fattive e di qualità. Nulla più di quanto avviene in altre realtà,
dove alla confusa propaganda è superata da azioni concrete e lungimiranti. Altre
città sono gioielli di vivibilità, Assemini non lo è.
Il
Comitato Popolare ViviAssemini invita l’Amministrazione comunale a cambiare
marcia evitando ulteriori umiliazioni ad una città che merita ben altro. Noi non
facciamo politica arrivista, seppure legittima, ma doveroso ed esclusivo protagonismo
civico. Nella qualità di cittadini paghiamo le imposte e le tasse dovute,
comprese le indennità di chi amministra. Non abbiamo preferenze partitiche e
ciò ci garantisce la libertà di giudicare, proporre e pretendere il rispetto
dei ruoli e dei patti.
lunedì 7 luglio 2014
L'improvvisazione è un male assoluto
«Gran parte delle città europee
rilevano una crescente minaccia allo sviluppo urbano sostenibile. Ne sono causa
i cambiamenti demografici (invecchiamento della popolazione, spopolamento,
suburbanizzazione); instabilità economica (stagnazione, declino economico);
allentamento dei rapporti tra crescita economica, occupazione e progresso
sociale che spingono alla disoccupazione, al precariato ed al riposizionamento
poco qualificato e mal retribuito (le singole economie non sono in grado di
assicurare a tutti il lavoro); le disparità di reddito crescono aumentando il
numero dei poveri (problema casa, qualità dell’istruzione, qualità dei servizi
fondamentali); aumenta la segregazione sociale, la polarizzazione sociale e
territoriale (consistente riduzione delle risorse nel welfare state).
L’espansione urbana incontrollata e la diffusione di insediamenti a bassa
intensità sono una minaccia allo sviluppo territoriale sostenibile (i servizi
pubblici sono più costosi e difficili da garantire). Le risorse naturali vengono
sottoposte ad uno sfruttamento eccessivo, le reti di trasporti pubblici sono
insufficienti e la dipendenza dai mezzi privati ed il traffico all’interno ed
intorno alle città sono pesanti; gli ecosistemi urbani sono sotto pressione a
causa di una espansione urbana incontrollata che comporta una
impermeabilizzazione del terreno comportando una seria minaccia della
biodiversità ed aumentando il dissesto idrogeologico e la carenza idrica.
Le minacce devono essere scongiurate trasformandole in
opportunità. È necessario partire dalla valorizzazione delle diversità,
affiancando all’economia globale una economia locale sostenibile. Ciò deve
avvenire radicando nel tessuto economico locale competenze e risorse, nonché
incentivando la partecipazione sociale e l’innovazione. Bisogna creare
un’economia reattiva ed inclusiva che superi il modello di sviluppo economico
in cui crescita economica non significa necessariamente un maggior numero di
posti di lavoro (garantire una vita dignitosa ai soggetti esclusi dal mercato
del lavoro e coinvolgerli nella società); le diversità socioeconomiche,
culturali, etniche e generazionali vanno sfruttate per il loro rilevante
potenziale e come fonte d’innovazione. La segregazione territoriale e la
povertà energetica si combattono sostenendo politiche di risparmio e di
necessaria valorizzazione ambientale; lo sviluppo equilibrato del territorio
come la sua valorizzazione possono produrre benefici per le comunità residenti
solo se si riesce a maturare una collaborazione funzionale (trasporti; spazi
sociali, culturali, sportivi ed ambientali di qualità)».
sabato 5 luglio 2014
Nessun cambiamento senza unità
«La popolazione europea, per oltre due terzi, vive
nelle aree urbane. Le città sono luoghi in cui emergono problemi, ma anche dove
possono trovarsi soluzioni. Sono ambienti che possono favorire l’innovazione
scientifica, tecnologica e culturale, rispetto al singolo e rispetto alla
comunità. Sono luoghi capaci di sfuggire alla standardizzazione, anteponendo
progetti di valorizzazione identitaria. Le città, inoltre, hanno un ruolo
chiave nel doveroso sforzo volto a mitigare l’impatto nei cambiamenti
climatici. D’altra parte, è nelle città che si concentrano anche i problemi
della disoccupazione, del precariato, della discriminazione e della povertà.
Per tale motivo, devono assumere un ruolo attivo ed integrato come motore
dell’economia, come luoghi di connettività, di creatività e come centri
servizi.
I confini di ogni città non corrispondono più alla semplice realtà fisica,
sociale, economica, culturale ed ambientale dello sviluppo urbano. Per tale
motivo rendono necessari nuovi modelli di governance
flessibili.
Dobbiamo considerare le città del futuro come ambienti di sviluppo
sociale avanzato, di coesione sociale, di alloggi socialmente equilibrati,
nonché di servizi sanitari ed educativi rivolti a tutti. Così come dobbiamo
vedere nelle città una piattaforma funzionale della democrazia (libertà e
giustizia); il dialogo culturale e la diversità come ricchezza; come un luogo
verde, di rinascita ecologica ed ambientale; un luogo capace di attrarre ed un
volano della crescita secondo un modello economico sociale e civile di mercato».
giovedì 3 luglio 2014
L’identità è l’arma moderna contro la crisi.
Il futuro della nostra città è fondamentalmente legato dalla
nostra capacità di dare ad essa un’anima. Bisogna riscoprire e valorizzare l’identità
come fattore della produzione, per la crescita e lo sviluppo, per sfuggire dai pericoli della
globalizzazione standardizzante. Non basta sentirsi sardi, ma bisogna trasformare
la sardità in un maturo stile di vita. Bisogna passare dal sentimento alla
coscienza.
Il passaggio dal sentimento alla coscienza e quindi alla
volontà di essere è compito anche della politica (intesa come impegno civico) e del
radicarsi di una classe dirigente matura e responsabilmente ambiziosa, indipendente
e per ciò stesso autonoma nel progetto, nelle scelte, nel governo (a tutti i
livelli). Oggi sia la classe dirigente, sia la cultura politica mostrano troppo
spesso la propria inadeguatezza davanti alle sfide che i processi storici
pongono sia ai grandi stati, sia alle piccole nazioni come la nostra. Le città
devono assumere un ruolo propulsivo e di congiunzione, ma anche di attuazione
armonica e cosciente delle promesse progettuali e programmatiche. Devono
amministrare secondo obiettivi di sistema territoriale.
Parole come autonomia, autodeterminazione, sovranità
territoriale, dense di importanti significati rischiano di trasformarsi in
vuoti luoghi comuni, incapaci di mobilitare ed aggregare le coscienze, se
intorno a questi valori fondamentali non si instaura un circolo virtuoso di
progettualità, coerenza, partecipazione, unità di popolo e sua rappresentanza,
rispetto dei diritti di cittadinanza e stima della nazione sarda, per
restituire nobiltà alla politica e per contribuire a risolvere la sua crisi.
Non si può stimare la Sardegna ed al contempo infischiarsi della propria città.
Non si può sperare che le scelte verticistiche producano gli stessi effetti in
qualunque parte dell’Italia. Le differenze sono spesso abissali, per
problematiche, opportunità e per risorse. Così come non si deve aspettare che
la Regione sarda gestisca direttamente problematiche di pertinenza prettamente
territoriale. Il rischio, sarebbe, quello di affievolire la specificità locale
e le sue risorse più intime, affermando nuove forme di centralismo.
L’Unione europea; il suo allargamento; le importanti
opportunità di convivenza e di collaborazione fra popoli, nazioni e stati; una
unificazione europea con forti aspetti non democratici; la permanenza di non
risolte questioni nazionali e regionali e altri fenomeni complessi di questa
natura, hanno reso obsoleti i modi tradizionali di pensare la politica e di
farla; tutto questo mette in crisi grandi e fondate ideologie politiche che nel
loro marasma aprono vere e proprie emergenze nelle democrazie europee e fanno
fare grandi passi indietro al concetto della diversità come valore fondante
della nuova Europa.
I problemi posti da questi scenari europei non possono
essere affrontati, soprattutto in un società fortemente dipendente come la
nostra, dalla politica dei tancati e da una eclissi della progettualità che è
spesso surrogata dalla violenza verbale e dalla aggressività, solo
apparentemente motivata da opposte appartenenze ideali e politiche. Questa
divisione, che ha profonde ripercussioni perfino sullo stato di convivenza
nelle piccole e grandi comunità sarde, proprio perché ingiustificata ed
irrazionale, comporta nel mondo della politica un abbassamento di tensione
autonomista proprio nel momento in cui nella società si manifesta, invece, un
grande desiderio di identità e di sovranità. Le nostre città, per crescere, non
hanno bisogno di urlatori e di rivoluzionari “del fine settimana”, ma di donne
ed uomini che diventino cittadini attivi e cognitivi. Che puntino
all’innovazione ed al rinnovamento, attuandolo secondo una logica
nazionalitaria.
Come rispondere a questo desiderio? Innanzi tutto è
necessario che le forze alternative allo statalismo individuino nei principi
dell’autogoverno il valore principale della loro alleanza sostanziale. Lo
schierarsi secondo la obsoleta geografia parlamentare è assolutamente
insufficiente a determinare le singole identità. Prima viene la volontà di
affermare un progressivo autogoverno e solo dopo si stabilisca la convivenza
delle diverse sensibilità. È illusorio qualsiasi obiettivo di prosperità al di
fuori dell’autogoverno della Sardegna nei campi della cultura, della finanza,
dell’economia e dell’ambiente. È altrettanto necessario che questa coscienza
parta dai comuni e che tra di essi si inizi un dialogo che consenta di lavorare
insieme per creare nuove opportunità, per migliorare i servizi, renderli meno
costosi e per innovare.
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