venerdì 27 luglio 2018

PEGGIORA LA SANITA' SARDA



Scene di disperazione come quelle di Assemini si stanno verificando ovunque.

Quei soldi servono per acquistare i farmaci senza esenzione e per assicurare i percorsi di inserimento.


domenica 22 luglio 2018

PIANTIAMO ALBERI DAPPERTUTTO E SALVIAMO QUELLI CHE CI SONO



Sono essenziali per la nostra salute, per la bellezza e l’ombra. Grazie agli alberi nelle aree verdi in Italia, vengono assorbite 12 milioni di tonnellate di CO2.



Da anni non si piantano più alberi così come non si sostituiscono quelli che cadono. Manca la cultura del verde e la consapevolezza delle sue grandi qualità. Una distanza immensa rispetto ad altre città. Eppure, cresce la consapevolezza tra i cittadini che saranno gli alberi a fare la differenza nella qualità della vita delle aree urbane.

Ci vogliono alberi, tantissimi alberi. E dobbiamo piantarli tutti con criterio, privati e amministrazioni pubbliche e non sprecarne nemmeno uno.  La natura è talmente perfetta e generosa da avere assegnato a ciascun albero specifiche proprietà anti-smog, anti-inquinamento o per darci fresco e aria pulita.

Un albero di acero, per esempio, nel corso dei cinquant’anni del suo ciclo vitale, è in grado di immagazzinare qualcosa come 6 tonnellate di anidride carbonica. Una quercia arriva a 5,5 milioni di tonnellate. Le piante sono la prima risposta contro l’inquinamento che devasta le nostre città e l’aumento delle polveri sottili.


Gli alberi possono salvarci, ma è necessario che Comune e cittadini trovino le sinergie per stimolare la cura e la piantumazione di alberi. Non solo: colorare la città con fiori e piante per costruire bellezza. 

TIENI PULITA LA CITTA'


Non si può continuare a vivere nel degrado.

L’abbandono di deiezioni animali sui marciapiedi, sui prati e nelle aiuole dei giardini pubblici destinati alla ricreazione ed allo svago, mettono a rischio il decoro e la salute pubblica, con particolare riferimento alle fasce più esposte, quelle dei bambini. 

martedì 17 luglio 2018

UN REGALO DI NOME "IS OLIAS"




Il giorno 11 luglio 2018, il Comune di Capoterra (Area Metropolitana di Cagliari) ha pubblicato nel proprio Albo pretorio l’avviso di manifestazione  di  interesse  per  l’espletamento  di  una procedura  negoziata  finalizzata all’affidamento  dell’appalto  del servizio  di  concessione  del  “Parco  naturalistico  Is  Olias  –  centro  turistico  ricreativo”  ricadente  nel  territorio comunale di Capoterra e Assemini, facenti parte della ex Comunità Montana n. 23”.

Dalla lettura della documentazione pubblicata, abbiamo rilevato alcuni aspetti che destano non poche perplessità. In particolare:

  • la durata ventennale;
  • l’importo del canone annuo pari a 8 mila 750 euro (meno di 730 euro mensili). Precisiamo che le opere necessarie all’avviamento sono state stimate in euro 174 mila 636, interamente da stornare dall’importo complessivo del canone ventennale dovuto (175 mila euro);
  • la destinazione esclusiva a professionisti affermati;
  • i tempi di espletamento e consegna della pratica (entro il 31 agosto 2018);
  • il ruolo di Assemini relegato a mero destinatario (virtuale) della metà del canone  (non risulta nemmeno traccia dell’avviso nel proprio Albo pretorio);
  • l’ampia discrezionalità a favore dell’appaltante rispetto ai potenziali destinatari.

Riportiamo il testo integrale dell’avviso:


Trattasi, infatti, di un complesso naturalistico attrezzato con: servizi, ristorazione, alloggi, aree sosta camper, alloggio e tanto altro.


Ci chiediamo quale sia l’utilità per il Comune di Assemini e per i suoi cittadini che hanno pagato le tasse per la realizzazione di tale complesso. Inoltre, perché siano stati escluse nuove proposte imprenditoriali visto che aver operato nel settore per almeno tre anni non significa affatto aver operato bene. 

Riteniamo che, a fronte delle reali potenzialità anche occupazionali offerte dal complesso, sarebbe bene sospendere la procedura, analizzarla seriamente e riproporla con cognizione di causa e rispetto.


domenica 15 luglio 2018

TRA RAZZISMO E ANTI-RAZZISMO MUOIONO LE IDENTITÀ




Partiamo da un caso di cronaca: una ragazza statunitense pubblica sul suo profilo social alcune foto in cui lei indossa un bell’abito da sera ad una festa (il cui dress code richiede una certa eleganza).

Accanto ai complimenti sotto alle fotografie appaiono però alcuni commenti più critici, diciamo pure che viene insultata: la sua colpa è quella di indossare un vestito tradizionale cinese, simbolo dell’emancipazione femminile, senza sapere il significato, mancando di rispetto all’intero popolo cinese.

E per non farci mancare niente, viene pure accusata di appropriazione culturale e di piegare un abito simbolico al puro edonismo simbolo dalla società capitalista e consumista americana. Alla fine, nonostante l’attacco vile e senza senso, quelle foto rimangono sul suo profilo: perché quel vestito le piace, e non sarà certo quella cattiveria gratuita sui social a costringerla a cambiare idea.

Di fronte a questa vicenda si rimane perplessi. Da parte sua non c’è stata alcuna palese o quanto meno volontaria mancanza di rispetto verso la Cina, vivendo in una società in cui il consumo è la cultura prevalente a discapito del retaggio tradizionale e storico anteriore - che è quello dei singoli e rispettivi popoli - ed è dunque normale non essere a conoscenza che certi accessori e oggetti rimandino ad un evento o ad una vicenda di fondamentale e storica importanza per una nazione, com’è il caso dell’abito della ragazza.

Lei è rimasta vittima di due tipi di ignoranza: la sua, involontaria e di cui abbiamo appena parlato; quella del popolo dell’etere che l’ha accusata di un non ben esplicito o implicito razzismo. Non si è voluto vedere il contesto in cui il vestito è stato indossato: un ballo, una festa, un prom (all’americana). Si voleva attaccare qualcuno, negando a priori il dialogo, facendo prima di tutto gruppo: è normale prassi accerchiare l’avversario, isolandolo, per poi sbranarlo.

È la vigliaccheria presente nel mondo moderno, è la voglia di negare il dialogo. La tragica ironia della società contemporanea che si dichiara e sventola la bandiera della democrazia e del liberalismo: accusare chiunque di razzismo, o di fascismo come di omofobia, è lo strumento migliore per delegittimare prima ed etichettare a vita poi chi non concorda con noi o chi non ci va a genio.

Soprattutto se non si dispone di argomentazioni o di tesi valide per controbattere e per distruggere una persona senza un ben precisato motivo. Si parla spesso del bullismo e del cyber bullismo (la cronaca nostrana ne è piena di notizie sull’argomento, come pure quella estera), questo non lo è per caso. Il bullo umilia la persona che ha preso di mira senza una motivazione: lo fa per divertirsi, o per noia.

E spiace divergere dalla narrazione mainstream che vede nei bulli dei poveri cucciolo smarriti che hanno bisogno di essere compresi, e via dicendo: sono frasi che vengono pronunciate da chi non vuole prendersi la responsabilità del proprio ruolo, nella fattispecie pedagoghi ed educatori, insegnanti e genitori.

La cattiveria è insita nell’uomo per natura. Così come l’ignoranza. E anzi, l’una e l’altra sono collegate: Platone lo afferma bene nella sua Repubblica, solo i filosofi possono governare perché gli unici a conoscere il Bene in generale e anche della città. Chiaro che la Kallipolis platonica deve essere declinata anche in chiave metaforica: noi compiamo il bene solo se lo conosciamo, altrimenti agiamo nel male per ignoranza; la parte razionale o contemplativa - per semplicità, diciamo anche filosofica - deve prevalere sulle altre.

Sperare in una società di filosofi è certamente, allo stato attuale delle cose, pura utopia e quindi dovrebbe rientrare nella normalità la cattiveria presente sui social network e nel mondo reale. Qui, però, casca l’asino: e cioè nel ventunesimo secolo una minima comprensione delle cose e di cultura generale dovrebbe essere la norma; con gli strumenti che tutti noi abbiamo a disposizione, persino e soprattutto concettuali, è quanto meno imbarazzante assistere ad un’incomprensione così ottusa, e ci riferiamo alle accuse di razzismo piovute da tutte le parti verso la protagonista della vicenda, tali da sbarrare ogni via di possibile tentativo di dialogo o mediazione tra le due parti.

Si può però trarre qualcosa di positivo, si fa per dire, dalla vicenda con cui abbiamo aperto: è un interessante termometro della situazione generale del nostro tempo. Ci troviamo in un mondo pervaso dall’isteria e dall’estremismo radicale, la conseguenza è una sola e cioè l’impossibilità di pervenire ad un dialogo perché le posizioni di partenza, rimanendo immutabili, rifiutano la possibilità di un confronto a priori.

Chiaro, un confronto dialettico non implica la necessità che una delle due parti venga persuasa a cambiare idea: non è il fine ultimo del dialogo. Ma l’approfondimento e la conoscenza reciproci sì, è quella la meta a cui dovrebbero arrivare i dialoganti; invece, si scarta per principio il confronto, perché l’altro è di un’ideologia che, a mio avviso, è negativa e pericolosa o, peggio, criminale.

È quasi superfluo suggerire da quale parte provenga soprattutto questa posizione, per così dire, antidemocratica: l’antifascismo del terzo millennio è il primo ad opporsi ad un’analisi critica delle situazioni particolari, e del contesto generale; si urla al razzismo e all’omofobia, così alla chiusura mentale o come abbiamo visto all’appropriazione, indebita, culturale, senza alcuna prova concreta di quello di cui si accusa. Ne abbiamo parlato poco sopra.

Ma fateci spezzare una lancia anche verso gli accusatori della ragazza, pur tenendo presente che la violenza (in questo caso, verbale) non è di certo la soluzione: hanno paura che la cultura e il proprio patrimonio tradizionale venga divorato dalla modernità conformista e dalla spinta multiculturalista che ne segue; la perdita della propria identità attanaglia come un incubo l’individuo e il popolo; e si vede nell’esibizione di un abito da sera che richiama una vicenda storica importante un affronto.

Diciamoci la verità: stiamo vivendo in un tempo in cui non è facile vivere o esprimere un’opinione. Né capire se ciò che ci troviamo davanti sia o meno razzista. Come tentare di conservare il proprio patrimonio culturale, per salvaguardare l’eredità storica ed identitaria personale, famigliare o territoriale. La modernità è multiculturale: non è incontro delle diverse culture o dialogo tra di esse. È una miscellanea di modi di vivere incompatibili tra loro, che si scontrano anche in modo violento; quello di cui abbiamo discusso all’inizio ne è un caso.

Il multiculturalismo diverge dalla conoscenza e dal rispetto reciproco dei popoli; provoca indifferenza, o indisposizione verso lo straniero; è un atteggiamento del tutto naturale e che non può essere biasimato. Una nazione in cui vi è il tanto blasonato melting pot perde la sua identità e la capacità di conoscerne altre: gli Stati Uniti ne sono l’esempio lampante. Si pensa che la globalizzazione ne sia la causa, e in parte è così.

Il progresso tecnologico ha contribuito al movimento di capitali, merci e persone; la facilità con cui oggi possiamo spostarci da Roma a New York non ha eguali con il passato, anche sotto l’aspetto economico. Ma non possiamo imputare la colpa solo alla tecnologia (altrimenti dovremmo rifiutare pure l’uso del telefono cellulare e di internet), ma è da rintracciare nell’idea che oggi è di moda, è cool, per cui tutti gli uomini sono uguali, e fino a qui possiamo pure condividere questa opinione - se ci riferiamo alla dignità e al rispetto dovuto -, e di conseguenza pure le culture; anche se sono dei costrutti che possono essere distrutti perché delimitano l’essere umano.

Ergo, fino a quando l’uomo non si emancipa dalla cultura, le stesse possono convivere - forzosamente - l’una accanto all’altra. Si devono tollerare a vicenda. E solo un uomo libero dalla gabbia della cultura è veramente libero ed emancipato; l’assenza del patrimonio culturale è libertà. Le conseguenze possibili sono due: un miscuglio di tradizioni e di modi di vivere senza capo né coda, grigio e senza senso, e l’annichilimento naturale delle culture; o l’intolleranza tra le diverse comunità che non riuscendo a sopportarsi e a soffrirsi a vicenda vivono in un’eterna tensione, che sfocia pure talvolta in scontri armati. O entrambe.

Non parliamo di volontà politiche o di complotti - questi trovano il tempo che trovano, tra il serio, il faceto e il folklore. Piuttosto della realtà: una persona è tale finché rintraccia in sé stessa e nel gruppo di appartenenza un preciso nucleo identitario, che forgia lo spirito sia individuale sia collettivo; questo per ritornare, in parte, ad Aristotele: l’uomo è un animale politico, che per natura si riunisce in città e stati. Ed è chiaro che le stesse città e stati abbiano affrontato le proprie vicende e storie particolari, e che si sia creato un legame più che stretto tra i membri all’interno delle differenti comunità.

Così si creano i popoli e le culture, ciascuno con le proprie differenze e peculiarità; vi sono, è innegabile, delle contaminazioni dall’esterno. Ciò non pregiudica, d’altro canto, l’esistenza dei diversi patrimoni tradizionali e culturali: anzi, si rafforzano. Però, e ci avviamo alla conclusione, un conto è l’incontro e il dialogo; un altro è l’assembramento coatto, in virtù di una logica, quella no borders, che è - scusateci il gioco di parole - illogica, poiché porta a tutta quella serie di conseguenze che abbiamo elencato poco fa. Bisognerebbe riprendere in mano la propria cultura, e conservarla; non si tratta di fascismo, di razzismo o xenofobia: ma di identità, di tradizione e di storia. Noi siamo quello che siamo perché abbiamo un’eredità sulle spalle, e perché abbiamo vissuto in un ambiente che ci ha materialmente e spiritualmente forgiati.

Certo, possiamo emigrare e immergerci in un ambiente totalmente diverso dal nostro nido. Ma alla fine, un italiano è un italiano e un francese un francese. Parlare di cosmopolitismo è possibile finché lo si intende come capacità di adattamento in un’altra nazione o da un contesto abituale; non siamo cittadini del mondo: siamo figli e cittadini della terra dove siamo nati, della terra dei nostri padri e dei nostri avi. Il multiculturalismo tende a sradicare questo concetto; lo elimina, in favore di cosa? Di un mondo meticcio, dove la differenza decade e nulla più distingue l’uno dall’altro.

Non è la via maestra per la tolleranza, né per il rispetto. Ciò si ottiene solo se vi è coscienza sociale e politica dell’importanza dell’esistenza delle diverse culture e dei diversi popoli, perché sì: siamo tutti uguali, sul piano della dignità umana e del rispetto dovuto. Ma non se guardiamo quello più strettamente antropologico e filosofico.

Arriviamo all’ultima, forse fondamentale domanda che ci rimane da porci: siamo ancora in tempo per invertire la rotta, oppure, com’è già successo e succederà, l’unica vera vittima accertata del razzismo e dell’antirazzismo sarà sempre e solo l’identità?

(Alessandro Soldà Cristofari)

L'ABBANDONO È UN REATO


A volte si cede all’entusiasmo di un momento, oppure si decide di fare un dono speciale per il compleanno o una festività, ed ecco arrivare in casa un animale. Presto, però, ci si rende conto che oltre a dare tantissimo, quel piccolo essere chiede attenzioni, cure, tempo.

Allora può accadere che, con la stessa facilità con cui è stato accolto, il cane o il gatto venga messo alla porta e abbandonato.

Le punte massime di animali abbandonati si registrano nel periodo estivo (25-30%), quando la partenza per le vacanze ne pone il problema della presenza.

Si stima che ogni anno in Italia siano abbandonati una media di 80.000 gatti e 50.000 cani, più dell’80% dei quali rischia di morire in incidenti, di stenti o a causa di maltrattamenti.
L’abbandono è un reato punito con l’arresto fino a un anno o con una multa fino a 10.000 euro. 

sabato 14 luglio 2018

SERVONO FONTANELLE ACQUA PUBBLICA





Le fontanelle dell’acqua pubblica sono un’esigenza crescente che trova il sostegno anche della Commissione Europea. L’obiettivo è duplice: aumentare l’accesso all’acqua per i soggetti svantaggiati e ridurre i rifiuti di plastica.

Milioni di europei, in gran parte espressione di classi meno abbienti non hanno un accesso immediato all’acqua potabile. Le analisi della Commissione Europea rilevano che, anche laddove gli stati membri dispongono di risorse potabili di qualità, manca la possibilità per i cittadini di usufruire pienamente delle fontanelle o dell’acqua del rubinetto, con conseguente aumento delle bottiglie di plastica.

Secondo le nuove regole, gli stati membri dovranno dimostrare che aumenteranno il numero di fontanelle pubbliche, rendendo pubblica la loro posizione e fornendo informazioni sulla qualità dell’acqua.

Come gli altri paesi, anche l’Italia dovrà adeguarsi alle disposizioni, che chiedono prima di tutto un’inversione di tendenza rispetto all’approccio finora adottato.

Ogni Città ha il dovere di assicurare il diritto di accesso all’acqua. I costi pubblici sono irrisori così come irrisorio è lo spreco dell’acqua stessa, specie se paragonato alle condizioni disastrose della rete colabrodo.

I Comuni sono parte del sistema della gestione dell’acqua. Spetta a loro attivarsi per rispondere alle esigenze ed ai diritti dei cittadini. Non perdano altro tempo.