lunedì 2 luglio 2018

MEZZO MILIONE DI LAVORATORI AGRICOLI IN NERO





Secondo il rapporto Oxfam, in Italia sono quasi 500mila i braccianti agricoli irregolari. Lavorano fino a 15 ore al giorno, vengono sfruttati fino all’osso e miseramente sottopagati.

Valerio Arenare, segretario nazionale SINLAI, da sempre denuncia le umilianti condizioni dei lavoratori agricoli: «non smetteremo mai di dirlo, gli immigrati servono alle mafie ed ai caporali come braccianti da sfruttare, al fine di abbassare notevolmente garanzie e paga dei lavoratori. A lucrare su questa situazione é la Grande Distribuzione Organizzata, che ricarica i prezzi al consumatore fino a 20 volte e ingrassa il fatturato sulla pelle dei lavoratori. A farne le spese, come al solito, gli italiani, che hanno due possibilità: o si rassegnano alla disoccupazione e alla fame, oppure accettano un lavoro di stenti, sfruttamento e precariato».

domenica 1 luglio 2018

IL MONDO NON GUARISCE CON L'IPOCRISIA





Arrivano ogni giorno in centinaia, aspettano d’imbarcarsi in migliaia, aspirano a venire qui in milioni, e forse, alla lunga miliardi. Perché se non ci sono frontiere, se ciascuno è libero di andare a vivere dove vuole e dove sta meglio, è normale che i miliardi di poveri, affamati, profughi d’Africa, d’Asia e dell’infinito Sud del mondo, vogliano vivere nei paesi benestanti. Ma il piccolo potrà mai contenere il grande? Ma il minimo che vive al massimo potrà mai caricarsi del massimo che vive al minimo? Se dividi la ricchezza, spartisci solo povertà. Perché un conto è dividerla per due come fece san Martino col suo mantello spartito con un mendicante; un altro è dividerlo in cento. Con un fazzoletto a testa non ripari nessuno dal freddo.

Trovo irresponsabile, barbaro e delinquenziale, stabilire il principio dell’accoglienza come fondamento etico dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente. Piuttosto è il loro affondamento. E invece accendi la tv e ti somministrano sei volte al dì la Pappa del cuore, con la faccia di Bergoglio, di Mattarella, addirittura di Macron (il più cinico), più la solita mucillagine della sinistra spappolata. Trasformando l’impulso nobile e quasi spontaneo di aiutare chi sta male in sistema universale e legge d’accoglienza, si criminalizza chi vede con realismo il dramma dell’invasione, della sostituzione e dell’alienazione. Non è solo questione, pur rispettabile, di paura.

La tv, i media, le sinistre sparse, ti pongono solo casi personali, ti fanno vedere un bambino, una faccia, una mano tesa e ti dicono: e tu non vuoi dargli una mano? Ma certo che vuoi aiutarlo, ti guarda con quegli occhi, è una persona, non vedi che ha bisogno? Il problema è che dà un’immagine singola, da un impulso emotivo, da una faccia e una mano tesa, non puoi passare a una massa infinita di persone e a un’apertura incondizionata ai flussi. Così si sfascia una civiltà, si riduce un paese in un campo profughi, una nazione in un corridoio umanitario, si rende invivibile ed estranea una città ai suoi abitanti.

Ogni spazio pubblico, ogni mezzo pubblico, ogni presidio sanitario è invaso da loro, sono in vistosa maggioranza, anche se nei numeri assoluti sono ancora una minoranza. E l’italiano, quando non è al lavoro, è a casa, in auto, si barrica nella vita privata, ultimo rifugio per salvaguardare la propria vita nel proprio habitat.

Si può giudicare una bestia senza cuore chi solleva questo dramma, chi vede negli occhi della gente il disagio di sentirsi estranei a casa propria, lo spaesamento, l’angoscia, la perdita di identità, chi facilmente prevede l’impossibilità di caricarsi dell’onere di milioni di senzatetto, senzavitto, senzalavoro, senzassistenza, senzadonna, e via dicendo? Quanti conflitti sociali in vista, quante guerre tra etnie, quanti quartieri monopolizzati, quanta manovalanza di disperati per la criminalità, quanti potenziali scontenti e frustrati che passeranno al terrorismo e all’odio per chi li accolse.

Ma come si dovrebbe reagire? Per esempio frenando e scoraggiando i flussi, mostrandosi indisponibili ad accoglierli, inviando precisi messaggi. Stoppando ogni soccorso che non sia governativo. Fermandoli a casa loro, stipulando accordi e piani di aiuti mirati in loco. Filtrando gli ingressi, adottando numeri programmati, suddivisi con altri paesi. Accogliendo solo chi accetta le regole basilari: rispetta le nostre leggi, i nostri valori e si rende identificabile e reperibile; indossa braccialetti elettronici per farsi controllare in quanto arrivati senza permesso di soggiorno e soggiornanti senza mezzi di sussistenza né conoscenza della lingua (se non si accetta questa limitazione dei diritti, che si torni a godere della libertà e dei diritti nei paesi d’origine); si accorda loro un semestre per cercare lavoro, istituendo centri di sostegno, smistamento e formazione; dopodiché se non c’è lavoro si procede al rimpatrio. Un paese non può permettersi torme di vaganti, branchi di disoccupati a suo carico o a disposizione della malavita organizzata.

Per tutto questo ci vuole un paese unito, organizzato, capace di strategia e di vedere lontano e accordarsi con altri paesi. Viceversa, chi vuol aprire all’accoglienza incondizionata, non si trinceri dietro la faccia di un bambino o la mano di un immigrato (che però nessuno adotta a casa sua, sia il cittadino umanitario che un papa o un presidente, non solo francese) ma abbia il coraggio di abbracciare per intero il proposito e le sue conseguenze: facciamola finita con l’Italia e gli italiani, con l’Europa e gli europei, facciamola finita con la nostra civiltà.

Vista la crescita spaventosa della popolazione mondiale, e la nostra decrescita, continuate pure a procreare e a venire qui a volontà, è vostro desiderio, dunque è vostro diritto, fino a che il mondo scoppierà. Così l’umanità finirà per troppa umanità, in tutti i sensi.

MV, Il Tempo 28 giugno 2018

È LO STATO CHE DISTRUGGE IL SISTEMA ECONOMICO




Le imprese italiane versano al fisco 101,1 miliardi di euro l’anno: un carico di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali da far tremare i polsi.

Tra i principali paesi europei, solo l’Olanda (14,2 per cento) registra una incidenza del prelievo fiscale riconducibile alle imprese sul gettito fiscale totale superiore alla nostra (14,1 per cento). Con i nostri principali competitor, invece, scontiamo dei differenziali molto preoccupanti; tutti presentano un “sacrificio fiscale” nettamente inferiore al nostro. Sulle aziende tedesche, ad esempio, grava un prelievo sul gettito totale del 12,3 per cento, sulle spagnole dell’11,6 per cento, su quelle britanniche dell’11,4 per cento e sulle francesi del 10,2 per cento.

«Sebbene alle nostre imprese sia praticamente richiesto lo sforzo fiscale più oneroso d’Europa – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – lo Stato italiano continua a non agevolarne la crescita. Anzi. Ricordo, ad esempio, che il debito commerciale della nostra Pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori è di 57 miliardi di euro, di cui una trentina ascrivibili ai ritardi nei pagamenti. Il peso economico dell’inefficienza burocratica della macchina pubblica sulle Pmi, invece, è di 31 miliardi e il deficit infrastrutturale, sia materiale che immateriale, grava sul sistema produttivo per almeno 40 miliardi di euro».

L’Ufficio studi della CGIA tiene inoltre a sottolineare che la priorità del nostro Paese è la questione economica. I segnali di ripresa registrati in questi ultimi 2 anni si stanno affievolendo e anche quest’anno la nostra crescita sarà la più contenuta in tutta l’Ue. Per questo è necessario intervenire quanto prima per abbassare le tasse, alleggerire l’oppressione burocratica, accelerare i pagamenti della Pubblica amministrazione e tornare ad investire.

In merito agli investimenti il Segretario della CGIA, Renato Mason, afferma: «pur essendo uno strumento intelligente, il piano 4.0, fortemente voluto dall’ex ministro Calenda, è stato tarato sulle esigenze delle medie e delle grandi aziende. Non è un caso, infatti, che fino ad ora la stragrande maggioranza degli incentivi sia stata utilizzata da queste ultime. Le piccole, che sono la quasi totalità delle imprese presenti nel paese, ne hanno usufruito in misura minore. Pertanto, è necessario coinvolgerle maggiormente e nella rivoluzione digitale che dovremo affrontare nei prossimi anni dovranno essere interessate anche la Pubblica amministrazione, la scuola e le maestranze. Questa sfida si vince se, tutti assieme, saremo in grado di fare squadra, giocando questa partita con la consapevolezza che chi rimarrà indietro avrà poche possibilità di stare al passo con le principali potenze economiche del mondo».

Oltre ad avere un peso fiscale in Italia che rimane tra i più elevati tra i paesi più avanzati, la CGIA ricorda che è altrettanto inaccettabile che il grado di complessità raggiunto dal fisco scoraggi la libera iniziativa e la voglia di fare impresa. Inoltre, gli artigiani mestrini tengono a precisare che non è nemmeno più rinviabile una riflessione sull’assetto della Magistratura giudiziaria.

«Il nostro sistema fiscale – conclude Zabeo - è costituito da 3 attori: il legislatore, l’Amministrazione finanziaria e la giustizia tributaria. Ad ognuno di questi soggetti la Costituzione conferisce una funzione e non è ammessa alcuna sovrapposizione di ruoli. Le Commissioni tributarie, però, si avvalgono della struttura organizzativa ed economica del Ministero dell’Economia e delle Finanze a cui appartiene anche l’Agenzia delle Entrate che è la controparte del contribuente. Ora, nessuno mette in discussione l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici tributari, ci mancherebbe, sta di fatto che il problema esiste e nel contenzioso giuridico tra fisco e contribuente lo squilibrio c’è e, purtroppo, è a svantaggio di quest’ultimo».

 Ritornando ai dati, la CGIA fa presente che l’incidenza percentuale delle tasse pagate dalle imprese sul totale del gettito fiscale è un indicatore che aiuta a comprendere l’elevato livello di tassazione a cui sono sottoposte le aziende. Si tenga presente che le imposte italiane considerate in questa analisi su dati Eurostat sono: l’Irap, l’Ires, la quota dell’Irpef in capo ai lavoratori autonomi, le ritenute sui dividendi e sugli interessi, le imposte da capital gain e i contributi previdenziali pagati dai lavoratori autonomi per la propria posizione previdenziale.

(Ufficio Studi CGIa – Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre)

sabato 30 giugno 2018

GENERAZIONE ERASMUS E MONDIALISMO






Apologia della mobilità illimitata, accettazione passiva del precariato, rinuncia ad ogni forma di identità: 'Generazione Erasmus', edito da Oaks Editrice, è un utile compendio per districarsi nelle brutture del libero mercato e dei suoi avidi fiancheggiatori.
      
Il volume a firma di Paolo Borgognone, pubblicato lo scorso anno per i tipi di OAKS, dal titolo Generazione Erasmus, è un vero compendio filosofico attinente la società di “libero mercato” e i suoi avidi fiancheggiatori. Ponendo al centro della trattazione l’esperienza dei giovani universitari che si recano all’estero per un periodo di studio, delinea con ricchezza di particolari quei processi che hanno condotto inesorabilmente alla costruzione della moderna società “liquida”: il totalitarismo nichilista del consumo; il giovanilismo come apologia della mobilità illimitata e accettazione passiva del precariato; il nuovo conflitto di classe post-moderno fra vincitori e vinti della globalizzazione; il genderismo come rinuncia alla propria identità anche nella sfera sessuale; il Sessantotto come controrivoluzione ultra-capitalista. Nella seconda parte, non mancano acute analisi geopolitiche.

Stando ai contenuti strettamente filosofici, osserviamo che il risorgere dell’interesse per il pensiero di Hegel e Marx nell’ultimo decennio ha un’importanza rilevante in relazione ai problemi sorti con l’evoluzione del capitalismo dopo il 1989 e dell’economia post-moderna; in effetti, siamo di fronte ad un’opera pregevole, concepita da un giovane studioso, che si inserisce in un più ampio circuito di ripensamento del ruolo della politica e dello Stato nei confronti dell’economia, della comunità di fronte all’individualismo, delle radici tradizionali contro il mondialismo dell’omologazione planetaria.

Invero, quando la società nel suo complesso tende a divenir preda di scopi “particolari”, frammentandosi in una pletora di confuse mire egoistiche, la missione delle istituzioni statali deve concretizzarsi nell’orientare la collettività verso un destino universale. Una comunità politica è propriamente tale quando è in grado di opporsi agli eccessi della “società civile”; in altre parole, sebbene permetta l’esistenza del “mercato”, lo Stato – nella sua configurazione moderna e “nazionale” – deve costituire un argine alla capacità degli interessi capitalistici di dominare e permeare la vita ordinaria nel suo complesso. Le moderne società a economia di mercato sono caratterizzate proprio da questa patologia: l’attività economica – signoreggiata dai grandi industriali e dalla speculazione finanziaria tramutata in “dittatura dei mercati” – diventa la logica dominante delle relazioni sociali, influenza ogni campo della dimensione pubblica, senza alcun freno; predispone quindi la collettività, con tutti i suoi mezzi, a realizzare gli interessi materiali ed etici di un ristretto segmento di essa.

In un tale quadro, il progetto Erasmus, artefice dell’omonima “generazione”, è lo strumento per addomesticare e catechizzare le moderne plebi, illudendole di poter vivere in una movida permanente, annunciando loro che il mondialismo – piuttosto che servitù morale ed economica – è divertimento sfrenato e consumismo illimitato. Sia chiaro: non si tratta di essere contrari all’idea di un’economia di mercato o della possibilità che giovani studenti dalle brillanti capacità possano perfezionarsi attraverso un’esperienza in un altro Paese europeo; piuttosto, occorre criticare fermamente la tendenza della sfera economica a colonizzare ogni ambito delle relazioni sociali, a degradare ogni più alto e nobile scopo. La libertà civica si deteriora in un ambiente saturo di atomismo competitivo; la società civile e il sistema dei bisogni richiedono l’esistenza dello Stato al fine di prevenire questo tipo di malattia sociale, che gli individui siano guidati dalla ricerca del proprio tornaconto a spese degli interessi più ampi della società nel suo insieme. Il capitalismo moderno – inoltre – si caratterizza non solo dalla logica onnipervasiva dello scambio e dal perseguimento di utilità particolari a spese della generalità, ma dalla circostanza che un piccolo gruppo di interessi privati siano in grado di organizzarsi per sottomettere e indirizzare, nel proprio interesse, il potere politico, la cultura accademica, i mezzi di comunicazione di massa – a discapito degli interessi universali della società.

A favorire questi sviluppi, scorgiamo il sostegno del ceto intellettuale, dentro e fuori le università; quei giornalisti e professori “di sinistra” che hanno il compito di fornire giustificazione nobile, colta e morale allo scempio in atto. Non è semplice conferire una parvenza di scientificità e rispettabilità alle idee dominanti, che si traducono in prassi di pauperizzazione e sradicamento della classe lavoratrice. Da qui, l’irrimediabile allontanamento dal favore dei popoli, i quali sono continuamente dileggiati per i loro stili di vita, per i modi di pensare e per le loro frequenti manifestazioni di dissenso verso il modello globalista di delocalizzazione e precarizzazione della forza-lavoro. A compensare la perdita dei diritti sociali, inoltre, si assiste allo sbandieramento di finte “conquiste” nel campo dei diritti civili, dell’emancipazione sessuale, della licenziosità spacciata come progressismo libertario.

Organizzatosi dapprima come nuovo schema di produzione e distribuzione delle merci, di ristrutturazione del lavoro e ripartizione della proprietà, il capitalismo diventa sempre più un’istituzione sociale, un elemento naturale come l’aria che respiriamo; si impone come regolatore di relazioni, ha la capacità di ri-orientare le logiche funzionali di tutti gli organismi (economici e non). Se i rapporti di mercato incontrollati sfociano nella frammentazione della società, il capitale è in grado superficialmente di superare questa scissione, ostentando un falso universale: la ricerca del profitto, la moda del consumo, la frenesia dell’apparire – sono tutte logiche che giungono a permeare ogni recesso della società moderna. Il compito dello Stato nazionale, lo ribadiamo, consiste dunque nell’incorporare le forme subordinate di vita sociale – la famiglia, la società civile, i “corpi intermedi” – in una totalità più elevata, in cui gli agenti razionali saranno in grado di identificare consapevolmente l’universale e conseguire così la piena libertà. Se esso invece si confonde o deriva in ultimo dalla “società civile”, e se il suo fine specifico coincide con la garanzia della sicurezza personale e della protezione della proprietà privata, allora gli interessi individuali, in quanto tali, diventano il fine supremo dell’associazione umana; ne consegue che l’appartenenza alla comunità politica è qualcosa di opzionale e revocabile.

Nei regni della famiglia e della società civile, gli individui non sono in grado di riconoscere e cogliere integralmente la natura oggettiva della loro libertà come esseri sociali, al di là dei ruoli “parziali” che ricoprono nei rapporti della vita ordinaria – come genitori, figli, lavoratori, consumatori e così via. In questo senso, il particolare si oppone all’universale in quanto non è in grado di vedere se stesso come un momento del tutto; pertanto, quelle strutture sociali, istituzioni politiche, usi e costumi che non sono capaci di orientare le attività degli uomini verso obiettivi universali (e comuni) non possono soddisfare il criterio della loro razionalità naturale. Veniamo a comprendere, in fin dei conti, che siamo esseri sociali e politici, che siamo parte di un tutto coerente, che il nostro territorio individuale – le nostre personalità, le nostre pulsioni, il nostro senso del dovere – ottiene esauriente compimento, in questo mondo, una volta attualizzate le nostre relazioni con gli altri, anche grazie alle istituzioni politiche che hanno il compito di mediare le varie connessioni. Credere – seguendo la struttura neoliberale – che gli individui non sono altro che atomi che realizzano se stessi nell’anarchia degli interessi privati è, di per sé, la più pericolosa delle astrazioni.

di Gabriele Sabetta - 29 giugno 2018

venerdì 29 giugno 2018

NO BARRIERE ARCHITETTONICHE




 “Molte volte il disabile è commiserato e con ciò discriminato proprio da quelli che hanno paura di riconoscersi in lui, direttamente o indirettamente.” (Giuseppe Pontiggia)

giovedì 28 giugno 2018

I COMUNI FERMINO LO SPRECO E LO SFRUTTAMENTO INDISCRIMINATO





Partirà dall’Italia il nuovo tour Pachamama: Manifesto per la Madre Terra, per lanciare un vero e proprio segnale sull’importanza delle politiche ambientali e la difesa di questa terra che maltrattiamo, consumiamo e denigriamo perseguendo un’idea di sviluppo fondata sullo spreco e sulle sfruttamento delle risorse come se fossero illimitate. Insieme al tour verrà lanciata una raccolta firme su AVAZ per sensibilizzare il maggior numero di persone possibile.

«Perché serve una carta dei diritti? Semplice - spiega il regista Thomas Torelli - perché Madre Terra è un’entità viva e non può e non deve essere sfruttata così come non lo devono essere tutti gli esseri viventi.

Nel 1947 gli uomini hanno promosso la Carta dei Diritti dell’Uomo per dire a loro stessi che non si sarebbero mai più dovuti ripetere fenomeni di sfruttamento come la tratta degli schiavi. Oggi è importante ratificare delle norme precise per mettere al bando lo sfruttamento non solo degli esseri umani, ma anche del pianeta, degli animali, delle piante e di tutti gli altri esseri viventi che, al pari di noi, devono veder riconosciuti i propri diritti».

Diventa urgente più che mai seguire il buon esempio dell’Ecuador e della Bolivia che dal 2008 il primo, dal 2010 il secondo, sono stati tra i primi Paesi ad aver inserito nella propria costituzione una Dichiarazione universale dei diritti della Natura riconoscendo la Terra come sistema vivente dinamico costituito dalle comunità indivisibili di tutti i sistemi di vita e degli esseri viventi, interdipendenti e complementari che condividono un destino comune.

«Lottare per la difesa di quello che abbiamo di più caro e diamo sempre di più per scontato, non è un vezzo, ma un atto di responsabilità per gli abitanti di oggi e di domani. "Voi trattate la terra come se vi fosse stata lasciata in eredità da vostro padre ma dopo di voi non ci dovesse essere più nessun altro", dicono i nativi americani. Loro - spiega Torelli - la trattano invece come se l’avessero presa in prestito dai loro figli. E’ questa la grande differenza. Loro guardano e si preoccupano delle generazioni future, noi ci comportiamo come se non ci fosse un domani».

A poco sono serviti in questi anni gli allarmi sul cambiamento climatico, sui danni provocati dall’uomo sull’ambiente, sull’esaurimento delle risorse e ancor meno la ratifica da parte dei governi del trattato di Kyoto e di Parigi. «Il fatto che i governi possano emettere pareri o raccomandazioni sull’ambiente vale ben poco» dice Thomas Torelli. «La responsabilità civile delle nostre azioni rispetto all’ambiente non ci ha indotto ad abbandonare il sistema folle di sviluppo. Per questo serve una responsabilità penale perseguibile davanti alla legge per chi fa del male a Madre Terra provocando danni irreparabili ed erodendo le sue ricchezze».

Il tour Pachamama: Manifesto per la Madre Terra, che di sicuro toccherà l’Italia, la Spagna e la Svizzera, servirà ad incontrare il maggior numero possibile di amministratori locali, sindaci, associazioni della comunità civile e capi di governo per far inserire le norme che prevedono il riconoscimento legale di Madre Terra nelle costituzioni dei Paesi. «Vogliamo estendere la concezione del rispetto della natura inquadrando Madre Terra come un individuo a cui riconoscere diritti inalienabili che limitino l’agire umano e lo spingano ad attivarsi per vivere in armonia ed equilibrio con l’ambiente circostante. E’ importante che l’uomo riconosca con gratitudine che questa nostra madre comune è la fonte della vita, del nutrimento e che ci concede i suoi frutti fornendoci tutto ciò che ci serve per vivere bene».

Nel Ventunesimo secolo non sembra così semplice conciliare lo sviluppo economico ed industriale facendo a meno dell’utilizzo di risorse preziose come il petrolio, l’energia e l’acqua. «In realtà andare verso il futuro ed essere moderni dovrebbe di per sé comprendere il rispetto di Madre Natura» replica Torelli. «L’economia dovrebbe adattarsi alle esigenze del momento, e oggi l’esigenza è riuscire a salvare il pianeta, smettere di inquinare, smetterla di sprecare risorse, di danneggiare i terreni e di plastificare l’Oceano Pacifico con oltre 200 miliardi di bottigliette di plastica che consumiamo ogni anno nel mondo. Dobbiamo ragionare su altre forme di sviluppo, ci sono tante aziende che di fatto lo stanno già facendo applicando metodi di produzione all’avanguardia ad alta tecnologia e a basso consumo di risorse».

Quest’anno sarà il terzo tour itinerante di Pachamama, alcune tappe sono già fissate, il calendario con tutte le iniziative in programma uscirà, però, nei prossimi mesi: «Abbiamo già organizzato una dozzina di incontri. L’obiettivo del tour è di intercettare soprattutto i rappresentanti dei comuni per condividere con loro un’idea di sviluppo rispettoso e impegnarli ad appoggiare la carta dei diritti. Se anche solo ogni comune italiano si impegnasse a far rispettare i diritti di Madre Terra ci sarebbe già una piccola rivoluzione».

Come si immagina la società di domani Thomas Torelli? «Vedo un futuro in cui i nostri nipoti, guardando indietro, non riescono nemmeno ad immaginarsi che ai nostri tempi ci fosse così poco rispetto per la nostra Terra perché a quel tempo la gratitudine, l’amore e la devozione per chi ci ha da sempre donato tanto, sarà un sentimento naturale. E’ sempre stato così, in tutte le storie di cambiamento e di evoluzione culturale della nostra società: le grandi rivoluzioni sono state considerate utopiche solo nel momento storico in cui venivano vissute e combattute. Negli anni ‘50, non così tanto tempo fa, le donne in Italia non avevano il diritto di voto, oggi a noi sembra incredibile anche solo pensarlo. Gli omosessuali dovevano nascondersi e venivano castrati chimicamente se si dichiaravano tali; se eri una persona di colore non potevi salire su un autobus insieme agli altri. Oggi quei modelli culturali sono passati. Sono certo che tra venti, trenta, cinquanta anni quello che stiamo facendo noi oggi sarà vissuto come pura normalità».

Da “Terra Nuova.it”

P.S. Il Comune di Assemini non è altra cosa, ma parte integrante di un sistema malato che necessita di cure e di un cambio di prospettiva. La formazione delle nuove generazioni al rispetto della natura e dei suoi insegnamenti è un’esigenza fondamentale. Viviamo un contesto preoccupante in cui l’inquinamento è ciò che rimane di un modello di “Rinascita” disastrosa. 


 L’area di Macchiareddu è gravemente compromessa, risultando - secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute -  tra le aree più inquinate d’Italia. Dai dati si evince che per uomini e donne è presente un eccesso di mortalità per le malattie dell'apparato respiratorio ed un difetto, per i soli uomini, per le malattie circolatorie. Il tumore della pleura è in eccesso in entrambi i generi. La popolazione maschile presenta un elevato rischio di contrarre forme di leucemie.  Una condizione di gravissimo disagio che amplifica i danni causati da un modello rivelatosi inefficiente e dannoso, calato dall’alto rifiutando ogni alternativa produttiva “territoriale” ecocompatibile. Un modello “pirata” che ha compromesso ben 445 mila ettari di territorio sardo. Aree che sono state iscritte in Siti d’Interesse Nazionale (SIN) ossia aree gravemente contaminate che necessitano di urgenti interventi di bonifica del suolo, del sottosuolo e/o delle acque superficiali e sotterranee per evitate ulteriori danni ambientali e sanitari. Circa un sardo su tre (la media nazionale è di 1 italiano su 9) vive in un SIN, dove si sono registrati 10 mila decessi in eccesso rispetto ai riferimenti regionali. Davanti a tutto ciò, la politica, a parte qualche rara eccezione, appare distratta.  

 RACCOLTA DIFFERENZIATA. LEGAMBIENTE: «SI RICICLA MEGLIO DOVE IL SERVIZIO FUNZIONA»




A dispetto dei luoghi comuni sugli italiani e nonostante le foto oscene di cassonetti che traboccano di spazzatura, l’Italia è fra i Paesi più virtuosi al mondo in fatto di raccolta differenziata e di riciclo. Sono diventati più di 500 i Comuni “ricicloni” nei quali Legambiente ha rilevato il raggiungimento dei risultati più lusinghieri di raccolta differenziata. Ma non basta. Si può fare di più per avere un ambiente più pulito: non è la dimensione del Comune a contare (sono virtuosissimi centri abitati di poche case e metropoli d’asfalto e cemento, e ugualmente vale per la lordura) né la latitudine (riciclano come forsennati i cittadini del Mezzogiorno e dell’Alta Italia, e altrettanto accade per la sporcizia). Ciò che conta è la qualità del servizio dato al cittadino: si ricicla dove c’è il camion che raccoglie, non si ricicla quando il servizio è scadente o non c’è.

Il servizio ai cittadini
L’esperienza ha dimostrato che nei servizi pubblici locali, a cominciare dalla nettezza urbana, l’inciviltà non è mai dei cittadini. Quando ai cittadini il servizio viene offerto, i cittadini rispondono.

Se c’è un servizio efficiente di trasporto pubblico, i cittadini lo usano.

Se i camion della spazzatura vuotano regolarmente i bidoni ordinati e puliti ai quali consegnare carta, vetro, metalli, plastica, alluminio, legno e rifiuti organici umidi, i cittadini selezionano correttamente. Ciò avviene sia nelle città grandi che nei paesini, nel Mezzogiorno oppure nel Nord. Quando i cittadini sembrano comportarsi da incivili, in realtà l’inciviltà è di chi non dà loro il servizio.

I Magnifici Cinquecento
Sono saliti oltre quota 500 i Comuni italiani in cui la raccolta differenziata funziona correttamente e ogni cittadino produce al massimo 75 chili di rifiuti indifferenziati. Erano 486 municìpi lo scorso anno, sono 505 nel 2018 (+19%), per un totale di 3.463.849 cittadini, circa 200mila in più del 2017.

A dirlo è il 25° rapporto Comuni Ricicloni di Legambiente, presentato oggi nell’ambito dell’EcoForum, che si è concluso con la premiazione di comunità locali e amministratori che hanno ottenuto i migliori risultati nella gestione dei rifiuti urbani.


Migliora il Sud, Veneto in testa
Migliora il Sud che registra un exploit, passando da 43 a 76 Comuni; peggiora il Nord che ne perde 26 e ne conta 264 tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige (che restano le tre regioni leader) a causa di un leggero aumento della produzione di rifiuti indifferenziati. Rimane in stallo il Centro (da 38 a 43).

Molto bene la Basilicata: con 11 Comuni passa dall’1,5% all'8% del totale dei Comuni rifiuti free.

I Comuni premiati da Ecodom
Comunanza, Montorio al Vomano, Cerreto di Spoleto e Rieti sono stati premiati da Ecodom, il principale consorzio italiano di gestione dei Raee, cioè i rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici. I quattro Comuni terremotati sono i più virtuosi nella raccolta di questa tipologia di rifiuti. Il premio ha inteso valorizzare l’impegno per l’ambiente dimostrato da queste amministrazioni anche in una condizione critica come quella generata dal sisma.

Ecodom, concentrando la propria indagine sulle zone terremotate, ha misurato le percentuali di crescita nella raccolta dei Raee registrate tra il 2015 e il 2017 in 140 comuni e ha premiato il Comune migliore in ognuna delle regioni interessate dal “cratere” del sisma: Marche, Abruzzo, Umbria, Lazio.
 
«In questa edizione di Comuni Ricicloni — dice Giorgio Arienti, direttore generale di Ecodom — abbiamo voluto offrire il nostro contributo valorizzando le amministrazioni locali che, pur in una situazione di estrema difficoltà come il tragico terromoto del 2016, sono riuscite a continuare ad occuparsi della raccolta dei rifiuti elettrici ed elettronici, migliorando addirittura i propri risultati».

Comunanza, in provincia di Ascoli Piceno, è il comune più virtuoso tra quelli marchigiani: ha infatti raccolto 8.600 chili di Raee nel 2017, oltre il doppio della quantità registrata nel 2015 (+164%).

Per quanto riguarda la regione Abruzzo, Ecodom ha premiato Montorio al Vomano (Teramo) che ha raccolto 17.400 chili di Raee nel 2017, con un incremento del 64% rispetto al 2015, mentre per l’Umbria Cerreto di Spoleto (Perugia), che con 2.980 chili ha registrato l’incremento maggiore nella regione rispetto all’anno prima del terremoto (+25%).

Infine, il comune della regione Lazio più virtuoso è Rieti: 88.230 kg di rifiuti Raee nel 2017, con una variazione del +8% rispetto al 2015.

Ambiente, territorio e welfare: la sostenibilità piace alle imprese e fa bene ai conti
Le bioplastiche premiano i vigili e carabinieri forestali
I premi Assobioplastiche sono state conferiti a:
• Polizia Locale di Milano – Nucleo Antiabusivismo
• Polizia Locale di Napoli – Unità Operativa Tutela Ambientale
• Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dei Carabinieri.

Il riconoscimento è stato consegnato da Carmine Pagnozzi, direttore di Assobioplastiche, al generale Davide De Laurentis – vicecomandante del comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dei carabinieri e per le polizie locali di Napoli e Milano rispettivamente al capitano Enrico Del Gaudio e Antonio Tabò. Queste forze di polizia sono state premiate perché hanno multato chi distribuiva i sacchetti di plastica non biodegradabile («Per il quotidiano impegno nel combattere i fenomeni di illegalità in materia di commercializzazione di borse in plastica per trasporto merci e imballaggio di alimenti sfusi»).

Compost e organico: bravissima la Sardegna
In occasione di Comuni Ricicloni di Legambiente, il Consorzio italiano compostatori (Cic) ha consegnato il premio speciale a due realtà che si sono contraddistinte per la qualità della raccolta differenziata dell’organico e per la promozione del compost di qualità in campo agricolo: il Consorzio industriale provinciale (Cip) in Sardegna, che ha registrato una purezza merceologica pari al 98,5%, ed Enomondo in Emilia Romagna per l’alta qualità della raccolta differenziata del rifiuto organico e per il costante impegno nella promozione dell’uso del compost.

«Nel 2016 in Italia sono state prodotte quasi 2 milioni di tonnellate di compost a partire dai rifiuti organici trattati negli impianti di compostaggio e digestione anaerobica», ricorda Massimo Centemero, direttore del Cic.


Il riciclo del vetro e del legno
Con una raccolta complessiva di 2.160 tonnellate Trento è la città più virtuosa nella raccolta e riciclo del legno, ricevendo per questo il Premio Rilegno nell’ambito di Comuni Ricicloni, insieme con Empoli e Francavilla al Mare. Intanto il riciclo del vetro è protagonista di Glass Circle, il concorso promosso da Assovetro e CoReVe nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto con il ministero dell’Istruzione rivolto alle quarte e quinte classi delle scuole primarie e alle scuole secondarie di primo grado. Il concorso, giunto alla sua undicesima edizione, quest’anno ha totalizzato oltre 230 lavori (racconti, video, disegni, fumetti, canzoni ecc). Sul gradino più alto del podio di Glass Circle per le scuole elementari ci sono i componenti del Laboratorio di Cinema, tutti frequentanti la quarta elementare della scuola Rodari di Verbania. Questi ragazzi hanno realizzato il lavoro «Solo Vetro», composto da un gioco di carte con tema i falsi amici del vetro e da un video recitato in dialetto dagli stessi ragazzi. Per le scuole medie invece la medaglia d’oro va alla 2A dell’istituto di San Cesario (Lecce). Riconoscimenti anche alla IV della Scuola Izzo di Secondo di Mondragone (Caserta), alla 2A delle medie di Rosolina (Rovigo), alla 4B della Scuderi di Linguaglossa (Catania), alla 4A della Sermoneta Centro Storico (Latina), alla 1B di Valdagno (Vicenza), alla 2A delle medie di Tambre (Belluno), alla 5A della San Giorgio di Catania e alla 1D della media Politeama di Palermo.


Albano Laziale, Molfetta e Aci Castello riciclano plastica
I Comuni di Albano Laziale (Roma), Molfetta (Bari) e Aci Castello (Catania) sono stati premiati da Corepla nella categoria «Migliore raccolta degli imballaggi in plastica». Hanno ritirato il premio, una lampada stampata in 3D, il sindaco di Albano Laziale Nicola Marini e il presidente Asm Molfetta Corrado Paparella. Al sindaco di Aci Castello Filippo Maria Drago non presente per altri impegni istituzionali il premio è stato invece spedito.

Afferma il presidente di Corepla, Antonello Ciotti: «Nel Centro e nel Sud Italia permane una situazione piuttosto disomogenea tra i Comuni per quanto concerne l’andamento della raccolta differenziata degli imballaggi in plastica. Alcuni, infatti, si attestano su livelli di raccolta pro capite eccellenti, altri continuano invece a restare molto al di sotto delle potenzialità e delle medie nazionali. I Comuni premiati quest’anno, Albano Laziale, Molfetta e Aci Castello, rappresentano una vera e proprio eccellenza sia in termini di quantità che in termini di qualità del materiale raccolto. Un risultato che è frutto di un percorso e di un impegno costante da parte dell'Amministrazione e dei cittadini e che evidenzia come la “buona” raccolta differenziata si traduca in un vantaggio per l'ambiente e in minori costi per la collettività».

Sulle spiagge italiane 100 milioni di cotton fioc
Albano Laziale: il Comune, che conta circa 42mila abitanti, ha raggiunto nel 2017 una raccolta di circa 27 chili per abitante, un valore che supera ampiamente la media nazionale di 17,7 chili. Grazie a un sistema di raccolta porta a porta consolidato negli anni, alla partecipazione dei cittadini e alla sensibilità dell'amministrazione comunale, è stato possibile ridurre progressivamente la Tari prima del 5 e poi del 7%.

Molfetta, circa 60mila abitanti, nel 2017 ha concluso l'attivazione del porta a porta su tutta la città ha superato la percentuale del 70% di raccolta differenziata e il valore pro capite di raccolta degli imballaggi in plastica ha raggiunto 22 chili. Mentre in Sicilia la raccolta pro capite degli imballaggi di plastica è appena di 7,5 chili e anche quest'anno la Regione Sicilia si conferma fanalino di coda a livello nazionale, Aci Castello ha ultimato il passaggio al porta a porta raggiungendo circa l'80% di raccolta differenziata e un pro capite di raccolta della plastica di circa 27 chili. Come si scriveva più sopra, se i camion della spazzatura vuotano regolarmente i bidoni ordinati e puliti ai quali consegnare carta, vetro, metalli, plastica, alluminio, legno e rifiuti organici umidi, i cittadini selezionano correttamente. Ciò avviene sia nelle città grandi che nei paesini, avviene sempre nel Mezzogiorno oppure nel Nord. Quando i cittadini sembrano comportarsi da incivili, in realtà l’inciviltà è di chi non dà loro il servizio.

Jacopo Giliberto (Il Sole 24 Ore)

P.S. In Sardegna si conferma Barrali comune che meglio ricicla con 56,1 kg/abitante di secco residuo prodotto e con il 79,4% di RD.